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Come faccio a fare un figlio su questo pianeta che muore? Priscilla Marvel e il brano sui trentenni senza futuro da immaginare

Redazione
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Articolo segnalato da: Elisa Aura Serrani
Come faccio a fare un figlio su questo pianeta che muore? Priscilla Marvel e il brano sui trentenni senza futuro da immaginare
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Tempo di lettura: ~5 min

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«Come faccio a fare un figlio su questo pianeta che muore?». Basta questa domanda per misurare lo stato attuale di una generazione che ha smesso di pensare al futuro come a una promessa e ha iniziato a percepirlo come un carico ulteriore. Priscilla Marvel apre così “Ufficio Caos”, il suo nuovo singolo per Alka Record Label: una sentenza che cade come una scure sulla retorica del futuro a ogni costo.

Il brano nasce da quella fase dell’età adulta in cui, almeno sulla carta, dovrebbero iniziare ad esistere carriere avviate, case, famiglie, decisioni stabili, traiettorie definite. E invece, per molti trentenni, resta una scrivania occupata da fogli pieni di scarabocchi, progetti mai messi a terra, notifiche, notizie che arrivano da un mondo sempre più difficile da decifrare. Priscilla Marvel dà un nome a questa condizione: “Ufficio Caos”. Non un luogo fisico, ma una stanza mentale, un archivio disordinato di paure, rinvii, desideri di fuga e responsabilità impossibili da evadere.

Se con il precedente singolo “Cuore di panna” avevamo assaggiato la disillusione zuccherina del burnout, qui siamo di fronte a una cronaca spietata dell’immobilismo esistenziale, un’istantanea sul momento in cui la spossatezza diventa immobilità e il rumore del mondo resta acceso anche se si smette di leggere le notizie. Il telegiornale perde apprensione perché la sensazione di allarme è già filtrata nella vita privata, nel corpo, nel modo di guardare una scrivania, una città, una possibilità.

«Non so immaginare nemmeno un futuro migliore» canta l’artista, sventando ogni tentazione di edulcorare il messaggio. Non c'è traccia di vittimismo; non c’è spazio né per la commiserazione né per un'empatia di maniera che renda l'asfissia presente una valuta di scambio sociale. C’è, piuttosto, la constatazione asciutta di una generazione cresciuta dentro una sequenza continua di crisi: economiche, climatiche, politiche, sociali, abitative, lavorative. Una generazione a cui è stato chiesto di scegliere, progettare, performare, reagire, reinventarsi, mentre il quadro generale diventava sempre meno governabile. Una generazione che ha smesso di cercare risposte nel domani, semplicemente perché il domani sembra aver smesso di esistere.

In “Ufficio Caos” la crisi climatica entra immediatamente, nella prima domanda, accanto alla possibilità di generare vita. La maternità, anziché essere trattata come scelta personale isolata, viene narrata come interrogativo storico-sociale: cosa significa pensare a un figlio quando il pianeta brucia, le città diventano invivibili, la politica appare distante, il lavoro non garantisce più una direzione e perfino immaginare un domani sembra uno sforzo fuori portata?

Il brano non vuole dare una risposta preconfezionata; al contrario, lascia che il quesito rimanga aperto, perché è proprio nell’assenza di soluzione che si riflette il fallimento di un sistema che ha esaurito le sue narrazioni consolatorie. “Ufficio Caos” non si limita a raccontare la paura di una donna davanti al futuro, ma si addentra nella difficoltà comune di progettare una vita in un tempo che sembra smentire ogni progetto prima ancora che possa prendere forma.

Dalla crisi climatica alla deriva politica, la complessità del presente diventa tale da indurre a un volontario isolamento sensoriale: «Non leggo più le notizie, non guardo nemmeno il telegiornale». È la resa di chi ha capito che la rivoluzione è impossibile se l’energia vitale viene cannibalizzata da un sistema che non offre vie d'uscita valide.

«Questa canzone nasce dal bisogno di dare voce a una generazione che si sente senza speranze» dichiara Priscilla Marvel, sottolineando come la pressione sociale di dover ordinare la propria vita si scontri con un mondo che, fuori dalle finestre, letteralmente brucia.

«Brucia la città, ma un bicchiere d’acqua mi salverà» è il verso che evidenzia la sproporzione tra la dimensione dell’emergenza e la piccolezza dei mezzi a disposizione. Fuori tutto sembra sgretolarsi e crollare, dentro resta l’istinto, seppur minimo, di sopravvivenza: un bicchiere d’acqua contro una città che brucia. Il desiderio di leggerezza contro il presente che accumula fardelli. In questa sproporzione si muove l’intero brano, nella narrazione di chi sa troppo per fingere serenità, ma troppo poco per sentirsi in grado di intervenire davvero.

«Per molto tempo ho cercato di ordinare la mia vita, la mia carriera e i miei pensieri – prosegue Priscilla Marvel –. Questo brano parla di una generazione che a trent’anni dovrebbe avere progetti e invece si ritrova spesso spaventata, con la sensazione di non sapere più quale direzione prendere. Accettare il caos, anche quello interiore, per me significa smettere di fingere che vada tutto bene.»

Dentro questa dichiarazione c’è l’intero significato del pezzo: non la rinuncia, ma la fine della finzione. “Ufficio Caos” non pretende di risolvere ciò che racconta. Non trasforma la paura in mantra motivazionale. Le dà spazio, la organizza in forma musicale, la sottrae alla vergogna. Se la comunicazione degli ultimi anni chiede continuamente efficienza, positività, operatività e capacità di reazione, Priscilla Marvel sceglie di portare in primo piano la quotidianità di molti suoi coetanei: la confusione, la stanchezza, l’incertezza, il bisogno di leggerezza come strategia di conservazione.

Il risultato è un brano in cui la domanda su un figlio diventa domanda sul pianeta, la scrivania il campo su cui si accumulano le rovine delle promesse mancate, il mare l’unica immagine ancora capace di offrire respiro. La crisi dei trent’anni diventa così la sintesi di un tempo che chiede adultità senza aver garantito stabilità, responsabilità senza aver consegnato strumenti, scelta senza aver lasciato vere alternative.

La produzione, affidata ancora una volta al tocco di Velli (Valentina Samberisi), sostiene un testo che oscilla tra il desiderio primordiale di fuga — verso quel mare che resta l’unica promessa di leggerezza — e la consapevolezza di non avere un luogo dove nascondersi. Mix e master sono curati da Luca Pretorius, conferendo al brano una densità sonora coerente con il suo impianto, senza sacrificare immediatezza e tenuta melodica.

Priscilla Marvel celebra l’accettazione del disordine interiore come unico strumento per non farsi annientare. È una battaglia persa in partenza, forse, ma raccontarla significa smettere di essere soli dentro quel caos. È anche in questa scelta musicale che l’artista conferma la propria identità: non appesantire i temi che affronta, non trasformarli in predica, non chiedere alla canzone di spiegare il mondo. Piuttosto, farli entrare in un lessico pop, in frasi che restano addosso perché sembrano già pensate da molti, ma difficilmente pronunciate senza imbarazzo.

Con “Ufficio Caos”, la cantautrice modenese prosegue il percorso che porterà all’EP “Donna Ostile”, aggiungendo un nuovo tassello a un progetto nato per raccontare l’oggi senza addolcirlo. Questa nuova release è una canzone politica nel senso più concreto del termine: parte da una stanza, da una scrivania, da una donna che guarda il proprio disordine e capisce che non è soltanto suo. Una canzone pop che riesce a dire, con apparente semplicità, che il futuro non è scomparso per mancanza di desiderio, ma perché a molti è stato consegnato già pieno di cenere.


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