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'Eroi perduti', intervista al regista Lorenzo Giroffi: "la guerra col fattore umano"

Campania > Napoli

Speriamo che alla Città del Cortometraggio, sezione del recente Social World Film Festival, nessuno si sia perso Eroi perduti, corto scritto e diretto da Lorenzo Giroffi. È la storia, sempre necessaria, di un soldato che si unisce ai partigiani dopo aver scoperto amarezze e disillusioni della campagna d’Africa dell’Italia durante la Seconda guerra mondiale. Di guerre, il regista ne sa: zaino in spalla e reflex scattante, come reporter ha seguito in presa diretta gli eventi legati alle primavere arabe, la guerriglia sui monti del Kurdistan, la guerra nel Donbass e moltissimo altro, scrivendone anche a più riprese (Ucraina, la guerra che non c'è, con Andrea Sceresini, per Baldini e Castoldi; La linea della notte, per Rizzoli). Attualmente, la sua avventura approda sui Rai 3 col programma Il fattore umano, serie di reportage di giornalismo intrepido con l’obiettivo puntato sui diritti umani (qui Il cielo sopra Minsk su Raiplay, nella Bielorussia del dittatore Lukashenko).

Intanto, proprio a ridosso dell’11esima edizione del festival di cinema di Vico Equense, a cura di Giuseppe Alessio Nuzzo, abbiamo colto l'occasione d'incontrare Giroffi per parlare di Eroi perduti, prodotto da Lunia Film col contributo di Regione Campania, Film Commission Regione Campania, Produzioni dal Basso, Cultura Crea e MiBACT. Credits a parte, la conversazione col regista prende una piega molto nel nostro stile: la lentezza e l’attenzione di chi ama il cinema, a fari spenti e red carpet arrotolati.


TRAMA DI EROI PERDUTI

Giacinto è arrivato in Etiopia come giovani fascista, pronto a colonizzare. In Africa, tra gli orrori della guerra, il contatto umano con l'etiope Amin, prima alleato poi vittima. Di ritorno in Italia dopo la sconfitta, scopre il valore della resistenza e diviene protagonista di una collaborazione con i partigiani. 


IL TRAILER DI EROI PERDUTI


Lunia Film - Eroi Perduti (Trailer) ITA from Lunia Film on Vimeo.


L’INTERVISTA: LORENZO GIROFFI RACCONTA EROI PERDUTI

ANTONIO MAIORINO: nel raccontare la genesi di questo cortometraggio, hai usato l’espressione “pudore della guerra”. Potresti spiegarla in relazione alla creazione di Eroi perduti?

LORENZO GIROFFI: in generale credo che il pudore debba essere il fondamento di ogni racconto. A riguardo della guerra, poi, la spettacolarizzazione è dietro l’angolo, quindi ho provato a mettere in scena qualcosa che non restasse abbagliato solo dall’aspetto rumoroso. In genere le esperienze di guerra vengono urlate o quasi psicanalizzate. Con Eroi perduti abbiamo provato con pudore a guardare negli occhi chi non è rimasto per nulla affascinato dalla voglia di schierarsi a favore o contro. I protagonisti pongono degli interrogativi, quelli appunto che scaturiscono dal “pudore della guerra”.


A.M: la colonizzazione italiana non è un tema diffuso nel cinema nostrano, mentre in letteratura è stato negli ultimi anni raccontato per lo più dal punto di vista del colonizzato, con scrittrici e scrittori immigrati di seconda o terza generazione. Nello scegliere questo contesto, e soprattutto lo sguardo del colonizzatore pentito, hai avvertito di aver esplorato un territorio ancora in parte vergine? E come l’hai fatto?

L.G: il colonizzatore pentito mi piace come espressione. In fondo però non credo sia un terreno vergine, perché è stato più volte raccontato, però quasi sempre liquidato come una parentesi, che tutto sommato non ha generato cicatrici permanenti. Tutti invece sappiamo che i segni sono ancora lì, visibili. L’Etiopia, ad esempio, è stato il primo grande esperimento per bombardamenti chimici ed anche uno dei primi ad essere definito posto al sole, che come concetto continua fino ai giorni nostri, con la più grande azienda di produzione energetica italiana. Quello che manca forse nel racconto di quegli anni è proprio l’inganno ai danni di chi ci aveva creduto. L’impresa africana italiana era stata appoggiata da grandi intellettuali, insospettabili, le braccia di quella missione erano di italiani disparati. Venivano dal profondo nord e dal sud, a stento si capivano, con l’orrore di chi è convinto di stare nel giusto. Hanno violentato, colonizzato. Alcuni hanno anche intessuto relazioni di amicizia, ingenue, ma pur sempre colpevoli. Il nostro piccolo film ha voluto raccontare lo sguardo di un colpevole, che poi si è pentito, ma che resta pur sempre colpevole, perché si è fatto ingannare, imparando sul campo quanto sia più bello resistere alla retorica del colonizzatore.  


A.M: a proposito di tabù: i primi 30 secondi di Eroi perduti, tra polvere da sparo, fango e divise sudate, fa pensare che nel contesto della recente riscoperta dei generi del cinema italiano, il cinema bellico sia rimasto ancora in sordina. Anche per questo, trovare le misure del racconto non deve essere stato scontato per te. Che “guerra” fa da sfondo al tuo film? Una guerra statica, adrenalinica, psicologica...?

L.G: per una produzione, allestire un set di guerra è sempre impegnativo, vista la moria d’investimenti. Mi viene da risponderti così circa la poca esplorazione che noti nel cinema italiano sul tema. Io ho avuto la fortuna d’incontrare Lunia Film, che a dispetto delle avversità, mi ha sorretto. La mia però è una supposizione, perché se non fosse in costume, ma si volesse appunto guardare ai giorni nostri, il tema del conflitto sarebbe da approfondire da tantissimi punti di vista. Ad esempio, mi viene in mente Atlantis di Valentyn Vasyanovych, contemporaneo e con un investimento tutto su una guerra contemporanea. La guerra che è di sfondo al mio film è quella che si sente nel conflitto interno di Giacinto, interpretato da Piero Grant. Noi non avevamo in testa un colossal, scene di massa, riprese dall’alto, paesaggi sterminati. La guerra vista dagli occhi di un uomo. Quello che lui riesce a guardare rannicchiato a terra, in una trincea fangosa. La guerra la ascoltiamo nei colpi in partenza ed in arrivo, la guardiamo nei timpani che saltano, nella stanchezza di chi perde la propria giovinezza.



A.M: nei primi minuti di Eroi perduti, hai costruito i dialoghi facendo avvertire che l’unico ad avere le idee chiare sul Fascismo sia l’ufficiale esaltato: Giacinto dubita dei valori per cui è stato arruolato, Amin forse nemmeno sa cosa sia questa cosa chiamata Fascismo. Si può affermare che la struttura drammatica di Eroi perduti muova proprio da questo spaesamento?

L.G: il colonnello della scena iniziale (Simone Bobini) sputa elenchi come chi anche oggi fa per convincere l’interlocutore di teorie evidentemente deboli. Lui sembra convinto, ma in realtà cerca appigli per sembrare più credibile con l’ormai sconfitta alle porte. Lo spaesamento della struttura drammatica è frutto degli interrogativi di Giacinto, quelli di cui accennavamo prima. Il Fascismo, la guerra, le ideologie, le avventure, i nemici, sono tutte forzature, sono tutti concetti vacui, che lo rendono estraneo alla vita che sta vivendo. Quindi sì, lo spaesamento è uno dei fondamenti della struttura di Eroi Perduti.


A.M: in realtà, un altro personaggio che sembra confidare con certezza quasi spavalda nei propri valori è il comunista Raffaele. C’è un dialogo con Giacinto nella prima parte sul Fascismo, sulla libertà, sulla guerra. Da regista e sceneggiatore, ci spieghi quanto è difficile trovare le misure per uno scontro ideologico “sui massimi sistemi”, un dialogo così impegnativo nel formato del corto, che rischia sempre di essere didascalico o sbrigativo?

L.G: la vera sfida era quella di lasciare l’estetica giusta in uno scontro così verboso. Per un corto è un azzardo, ma era l’unico modo per soddisfare l’esigenza che avevo. Nelle scene iniziali il protagonista non parla quasi mai, osserva, si lascia in commenti sibillini, quando ritorna in Italia ha voglia di urlare, a suo modo, col pudore di cui sopra, ma vuole parlare. Quando si ritrova Raffaele, interpretato da Fiorenzo Madonna, così convinto della sua visione della storia, allora esplode e lo fa per ammirazione, forse invidia verso chi ha capito il suo ruolo in quel conflitto. Dopo quello scontro ideologico, che nella messa in scena per me è lo snodo del film, Giacinto capisce quale dovrà essere il suo ruolo.  


A.M: che tipo di location cercavi per il tuo film e in che modo quella che hai trovato si rendeva funzionale al tuo racconto?

L.G: questa è stata la mia prima esperienza nella finzione e ho preso sul serio tutto quello che mi veniva detto dalla squadra che veniva a formarsi. Camigliano è un paese dell’alto casertano. Volevo girare lì la parte del ritorno a casa di Giacinto, perché in quel paese c’è sempre stata un’energia particolare, per le persone che lo amministrano e per le case che mi sono state sempre aperte in tutti i sopralluoghi. Poi in uno dei tanti giri abbiamo scoperto che a Camigliano c’erano dei monti che somigliavano tanto agli altopiani etiopici ed il gioco è stato fatto. Ovviamente tutto questo sarebbe stato impossibile senza il lavoro incredibile della scenografa, Violante Lamberti. Il nostro budget era stato tirato su con le unghie da Luca Ciriello e Lunia Film, ma di certo non potevamo permetterci di avere proprio tutto quello che c’era in sceneggiatura. Violante ha fatto un lavoro di ricerca pazzesco. Ha tirato dalle cantine di Camigliano tutto quello che di storico c’era, poi ha ricostruito le poste dell’epoca, ricreato una tenda in una palestra. Le ho visto perdere nottate nelle pietre da recuperare per la trincea, fare infinite riunioni con Angelica Avallone, l’aiuto regia, che appuntava tutto, provava a mediare. Angelica annotava tutti i punti macchina che sceglievo man mano che le location finivano. Un lavoro di preparazione incredibile. Camigliano è stato terreno fertile, per le persone incredibili che hanno fatto diventare le loro case dei set ricchi di spunti. Gemma Graziano è stata la nostra guida in ogni spunto per le location. Questo per dire che lì dove non sono arrivati i soldi è giunto il lavoro sul campo, fatto di una sinergia che non potrò mai dimenticare. Per le location posso solo dire grazie a Gemma, Violante e Angelica.


A.M: Ti sei messo a spiarmi? – chiede Maria al marito Giacinto, quando questi le fa capire di essere al corrente della sua relazione. Sembra però che lo spione del film sia il regista: questa, come altre scene, sembra fatta di immagini rubate: nella tenda, nei vicoli bui, nella camera da letto, c’è spesso il sentimento visivo di una segretezza violata. Perché hai scelto spesso queste visuali, queste distanze, questa penombra?

L.G: generalmente quando sono dietro una macchina da presa mi trovo in contesti di realtà. Sono reportage, vita vera. Mi sembra quasi sempre di entrare a gamba tesa in situazioni delicate che meriterebbero più tempo e che mi fanno violare l’intimità di storie che andrebbero approfondite. Devo però farlo per lavoro, perché è importante raccontare, denunciare. Allora quando ho avuto l’opportunità di girare “Eroi Perduti”, perché sentivo che la finzione era qualcosa che mi potesse appagare, ho deciso finalmente di poter spiare con metodo. Ho voluto farlo senza entrare nella pornografia alla quale quasi sempre mi costringe la realtà, quella che ti spinge il più vicino possibile al cuore della storia. Con questa regia ho voluto prendere le distanze necessarie, stare vicino al cuore delle cose solo se necessario. Con il direttore della fotografia, Luca Gennari, abbiamo pensato a composizioni e colori che potessero farti intravedere più che vedere. La scena che descrivi tu, quella nella quale Maria (Germana di Marino) si sente sotto pressione da Giacinto, quasi l’avrei voluta muta, per lasciare ancor più inviolata la loro intimità. E poi l’assistente alla regia Davide Maria Quarracino ha impostato il nostro lavoro con gli attori proprio come se stessero parlando a chi li spia. Il lavoro eccezionale di tutti gli interpreti ha poi fatto il resto.



A.M: qui ho imparato la resistenza, ad essere ribelli: è un’affermazione di Giacinto, e non è l’unica in cui Giacinto allude alla guerra come a qualcosa che gli apre gli occhi: quanto senti attuale il valore di Eroi perduti come scuola di resistenza?

L.G: la resistenza è un valore che sottovalutiamo costantemente, perché lo mettiamo in un perimetro svilente, troppo spesso preda d’isterismi. Non so se ci sia una scuola di resistenza, ma il fatto di stare sotto un cielo che ti hanno detto non essere tuo e che invece di fa sentire a casa, come capita a Giacinto nella scena finale, spero possa essere una suggestione per molti. L’interpretazione di Piero Grant in quel passaggio mi restituisce tutto il senso di questo mio primo tentativo nel cinema.


A.M: hai girato mezzo mondo da reporter seguendo da vicino conflitti e situazioni ad alta tensione. Ne hai filmato, ne hai scritto. Il tuo Ucraina, la guerra che non c’è (Baldini e Castoldi, con Andrea Sceresini) e la tua esperienza nel Donbass mi fanno pensare al film di Alina Gorlova che ha vinto al Festival dei Popoli, This Rain Will Never Stop, un documentario girato tra Ucraina e Siria. Mi chiedo proprio questo: Eroi perduti è un film drammatico, sia pure di carattere storico; c’è da aspettarsi in futuro che nella tua produzione cinematografica prenda piede piuttosto una vena documentaria?

L.G: i conflitti raccontati per lavoro sono una risorsa che proverò a mettere a disposizione di altri tentativi di racconti. Il documentario resterà una forma alla quale sarò per sempre legato, ma l’opportunità d’incontrare tutte le maestranze di Eroi Perduti, i musicisti, tutti quelli che mi hanno messo nelle condizioni di mettere in scena, frame per frame, una storia pensata a bocce ferme, sognata e poi condivisa mi lascia dentro l’illusione di poterci provare ancora con la finzione. Non escludo quindi nulla.


SCHEDA TECNICA DI EROI PERDUTI

DURATA: 14’
PAESE: Italia, 2020
GENERE: guerra, drammatico
SOGGETTO E SCENEGGIATURA: Lorenzo Giroffi
REGIA: Lorenzo Giroffi
DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA: Luca Gennari
SCENOGRAFIA: Violante Lamberti
COSTUMI: Benedetta Risolo
TRUCCO E ACCONCIATURE: Sara Morlando
MONTAGGIO: Matteo Passerini
SUONO E SOUND MIX: Nicola Tranquillo
COLOR GRADING: Valerio Liberatore
MUSICHE: Giuseppe Giroffi, Raffaele Crisci
ORGANIZZATORE GENERALE: Luca Ciriello
COORDINATRICE DI PRODUZIONE: Gilda Ciccone
ISPETTORE DI PRODUZIONE: Antonello Stasio
AIUTO REGIA: Angelica Avallone
ASSISTENTE ALLA REGIA E ACTOR COACH: Davide Maria Quarracino
SEGRETARIO DI EDIZIONE: Livio Montanaro
OPERATORE CAMERA: Giulia Fosca
ASSISTENTI OPERATORE: Luigi Mangia, Daniele De Stefano
FOTOGRAFA DI SCENA: Eva De Prosperis
PRODUTTORE: Luca Ciriello
PRODUZIONE: Lunia Film

PER LA SCHEDA COMPLETA CLICCA QUI


(immagini: principale, in alto: fotogramma da Eroi perduti; all'interno, due foto dal set di Eva De Prosperis)



Antonio Maiorino