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La "banalità del male" nel duplice omicidio di Lecce

Calabria > Catanzaro

CATANZARO 18 OTTOBRE - L’omicidio dei due ragazzi di Lecce, arbitro e compagna, di qualche settimana fa, ha scosso un po’ tutti. In questi casi viene sempre da chiedersi se davvero non vi siano stati dei segnali di rischio, se realmente, come avrebbe dichiarato l’assassino, non vi erano dissapori o elementi magari poco eclatanti che potessero lasciare immaginare un malessere.

Le condotte, aggressive o meno, risultano sempre dal concorso di caratteristiche individuali e situazionali e rispecchiano la storia degli scambi avvenuti tra persona e ambiente. Vi è quindi un intreccio complesso di variabili individuali, familiari, culturali e sociali a caratterizzare il vissuto degli individui che può sfociare in comportamenti di rabbia, insicurezza, paura, isolamento, fragilità emotiva, intolleranza alle frustrazioni, bisogno di rivalsa, disinvestimento dalle attività sociali e/o scolastiche, coinvolgimento in attività devianti o delinquenziali.

Lo studio dell’interazione persona-ambiente rappresenta pertanto il contesto privilegiato per cogliere sia ciò che è comune, sia ciò che è distintivo di ciascuna persona e di ciascuna situazione. Esistono sicuramente delle variabili individuali connesse all’aggressione quali l’irritabilità cioè la tendenza a reagire impulsivamente, in maniera polemica e offensiva alla minima provocazione, che coglie pertanto le componenti impulsive della condotta aggressiva, e la ruminazione che consiste nella propensione a superare meno rapidamente i sentimenti di rancore e i desideri di ritorsione connessi alle offese subite. Da ciò ne consegue l’importanza di distinguere i processi che sottostanno a diversi tipi di comportamento aggressivo e la valutazione del comportamento aggressivo come effetto di una disregolazione emotiva e comportamentale e come strategia di relazione con la realtà per il raggiungimento dei propri fini. Tenuto conto di ciò diventa fondamentale agire attuando interventi di prevenzione primaria. Se infatti un soggetto non ha avuto modo di conoscere strategie di relazione differenti tenderà a riproporre nel tempo gli stessi schemi. In una visione multifattoriale del fenomeno, la rilevazione dei segnali di disagio, deve riguardare e coinvolgere ogni soggetto della rete sociale e deve essere multidisciplinare, comprendendo sia fattori socioculturali che psicologici. La famiglia, il mondo della scuola e degli amici rappresentano senz’altro una risorsa preziosa. La prevenzione è dunque possibile, a condizione che esista un sistema (familiare e sociale) attento ai segnali del disagio, ma anche capace di promuovere risorse, potenzialità, competenze: è questo che si intende con i concetti di empowerment, di comportamenti prosociali e di life skills, la cui promozione contribuisce ad un armonico sviluppo personale e sociale, ma anche alla salvaguardia dei diritti umani. Sicurezza, insomma, come bene collettivo.

Elena Aiello

Psicologa - Psicoterapeuta

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