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Covid. Per AstraZeneca un percorso ad ostacoli. Dalla mielite alle trombosi. I dettagli

Lazio > Roma

Covid. Per AstraZeneca un percorso ad ostacoliDalla mielite alle trombosi, gli inciampi del vaccino Oxford

ROMA, 08 APR - Per sdrammatizzare, gli scienziati lo chiamano il 'vaccino passa guai'. Ma sull'efficacia e la sicurezza dell'immunizzante anti-Covid di AstraZeneca tirano fuori i numeri e lo promuovono a pieni voti. 

Di fatto però la storia recentissima delle fiale anglo-svedesi di travagli ne ha registrati parecchi. A cominciare da settembre dello scorso anno, quando venne fuori il caso di mielite trasversa in uno dei partecipanti alla sperimentazione. Evento che portò allo stop temporaneo. Il secondo inciampo risale alla fine di novembre 2020, quando per errore a 2.700 dei 23 mila volontari arruolati in Gran Bretagna e Brasile per i test di fase tre del vaccino fu inoculata mezza dose e non una intera. Il pasticcio tuttavia non ebbe alla fine esiti negativi, tanto che l'analisi provvisoria pubblicata su Lancet spiegò che il vaccino sviluppato con l'Università di Oxford mostrava un'efficacia del 62,1% se somministrato in due dosi intere, e del 90% in chi aveva ricevuto mezza dose seguita da una intera. 

L'autorizzazione dell'Agenzia europea del medicinali (Ema) arrivò a 30 giorni i distanza: per tutte le fasce di età over 18. Il giorno dopo, l'Aifa approvò a sua volta l'immunizzante con il suggerimento "uso preferenziale del vaccino AstraZeneca in soggetti tra i 18 e i 55 anni". Da quel momento il vaccino di AstraZeneca poteva entrare ufficialmente nella guerra al Covid. Il bugiardino recitava, "gli effetti indesiderati più comuni vanno da dolore nel deltoide, a mal di testa, stanchezza, dolori muscolari, sensazione generale di malessere, brividi, febbre, dolori articolari e nausea". In Italia, l'allora commissario Arcuri, annunciò che le consegne era fissate per il 15 febbraio. Ma problemi di produzione provocarono ritardi e tagli delle dosi in consegna scatenando le proteste. 

E le ripetute richieste di Bruxelles al colosso farmaceutico di rispettare i patti e recuperare sui ritardi "prima di impegnarsi nell'esportazione di vaccini". Ma con il passare delle settimane, il mancato rispetto del contratto di numeri e date hanno fatto lievitare la frustrazione. Tanto che il presidente del Consiglio Mario Draghi il quattro marzo scorso ha bloccato l'export di 250 mila dosi dirette in Australia. Come se non bastasse, nel parapiglia continuo, esattamente 20 giorni dopo, il 24 marzo, è sbucato il giallo: una partita di 30 milioni di dosi stoccate nello stabilimento di Anagni, l'azienda che infiala. 

Solo oggi il commissario Ue Thierry Breton ha dato l'annuncio che le fiale non saranno esportate ma distribuite nei Paesi membri. Non finisce qui. Con un passo indietro si torna all'11 marzo scorso, quando la Danimarca ferma la somministrazione dopo segnalazioni di potenziali (e gravi) effetti collaterali, ossia coaguli di sangue. Con il passare dei giorni i casi di trombosi crescono, anche se gli eventi sono rari e i numeri bassi. Il 15 marzo, dopo la decisione della Germania di bloccare la somministrazione, si fermano anche Spagna, Francia e Italia. 

Quest'ultima dopo 12 ore da una nota dell'Aifa in cui si definiva 'ingiustificato' l'allarme. Tre giorni dopo l'Ema promuove nuovamente AstraZeneca senza limitazioni: "'E' sicuro ed efficace, solo 25 i casi sospetti su 20 milioni'". Ma a seguire l'indicazione dell'Agenzia i diversi Paesi non ci pensano neppure e ognuno va per conto proprio. 

Fino ai primi di aprile, con nuovi casi di trombosi in Europa, e nel Regno Unito. L'Ema è chiamata ancora una volta a esprimersi. Lo fa il sette aprile indicando "effetti indesiderati molto rari" ma non ritiene di sconsigliare le somministrazioni per genere o fasce d'età, demandando la decisione ai singoli Stati. L'Italia raccomanda l'uso di AstraZeneca solo per chi ha più di 60 anni. La vicenda è complessa, commentano gli esperti, e ha avuto un suo peso anche emotivo sulla campagna vaccinale.