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USCITE BLU-RAY - "The Master" di Paul Thomas Anderson, il cinema è una nave dei folli

The Master di Paul Thomas Anderson: la recensione. “Cosa vuoi?”, chiede con risentita freddezza Peggy (Amy Adams), moglie del Master. “Non lo so. Avevo un sogno…”, risponde con aria sofferta il deviante, Freddie (Joaquin Phoenix), veterano di guerra ossessionato dal sesso, violento, alcolizzato. Non una bella cera, ora che è tornato a far visita al suo guru, l’unico che l’abbia preso in cura, quel Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman) sul cui yacht era finito una sera, per sbaglio, dopo l’ennesima sbronza. Non sapeva che era “la nave dei folli”, con Lancaster a fare da capitano ad una setta religiosa, La Causa. Carisma mistico ma disturbato, Lancaster si comporta come un terapista sui generis, convinto delle possibilità diagnostiche e curative dei viaggi nel passato (crede nella reincarnazione dello spirito) ed intenzionato a fare dello sbandato ex marine un adepto. Freddie aveva indossato la divisa della setta, ma poi se l’era sfilata. [MORE]

LA NAVE DEI FOLLI - Si racconta che in età medioevale, in alcuni paesi nordici, all’inizio della primavera i pazzi, gli eretici, i diversi, i giullari, i dissidenti, ossia tutti quelli socialmente pericolosi, venissero caricati di peso su di una nave senza timone, destinata ad farsi trascinare al largo dalle correnti e ad infrangersi contro i ghiacci. L’immagine della nave dei folli, attorno a cui Michel Foucault ha costruito un suggestivo saggio sulla storia della follia in età classica, è un leitmotiv che emerge a più riprese, dai marosi dell’inquietudine tanto del maestro quanto dell'allievo, nel film The Master di Paul Thomas Anderson. Slow Boat to China – un pezzo pop del ’48, reinterpretato da molti autori come Fats Domino ed Ella Fitzgerald – è la canzone che Lancaster ama cantare quando alza il gomito, o quando con mestizia reincontra Freddie; sailor of the seas è definito Freddie dal Maestro, che lo invita infine ad andare verso “latitudini senza terra”, proprio come una nave sballottata dal destino; Freddie è un ex marine disadattato, e quando pensa al passato fa spesso capolino l’immagine di acque agitate, perfetta concrezione visiva di una vita senza (più) meta. Perché, appunto, una meta Freddie ce l’aveva, quel sogno, del quale ora stenta persino a ricordarsi: sposare la giovane Doris. Ma senza nemmeno ben sapere il perché, ha perso il timone del sogno ed è finito un po’ qua, un po’ là, a lavorare e viaggiare.

MASTER SENZA COMMANDER - Quello di Paul Thomas Anderson è un film in cui nessun Master riesce davvero a diventare commander, a prendere in pugno la propria vita. Per larghi tratti, il rapporto tra il guru ed il suo “paziente” viene vissuto dal punto di vista filmico con ritmi lenti, ma con una continua produzione di tensione dovuta al fatto che mentre Lancaster appare costante, il possibile timoniere che a Freddie serviva, quest’ultimo si rivela una potenziale scheggia impazzita, l'elemento di instabilità nel circuito avvolgente della setta: come quando, con ingenua aggressività, assale nella camera d’albergo un dissidente che aveva esposto le proprie perplessità sul metodo di Lancaster. Per tutta la prima parte, il lavoro del regista è quello dell’interior design: lo spazio in cui si muovono maestro e allievo sembra diventare quello autoreferenziale della setta, che espelle ogni elemento spurio, in cui è il normale a diventare anormale. Questo universo che si accartoccia su se stesso, come gemmando dalla claustrofobia del primo incontro tra Lancaster e Freddie nell’angusta stiva della barca, sembra appunto uno spazio interiore, costruito con la fredda lucidità con cui un progettista d’intern(ament)i strutturerebbe una paranoia. La scena del pestaggio del dissidente non viene nemmeno mostrata: la soglia del “normale”, quella della camera dello scettico, resta preclusa alla macchina da presa, anche quando Freddie la varca per farsi giustizia.

DUE PERSONAGGI IN CERCA DI MASTER - Diventa poi evidente che tanto Freddie quanto Lancaster sono due personaggi in cerca di master. Anche il guru mostra disturbi e si abbandona ad attacchi d’ira: il suo ruolo di curatore si esprime piuttosto nel “to care”, nel prendersi cura – l’unico disposto a farlo, rinfaccia a Freddie – del proprio ragazzo, “a brave boy”. In questo senso è fantastica la scena del litigio dei due in celle attigue: entrambe prigionieri della propria mente, uno senza rotta (Freddie) e l’altro lungo il percorso isolante di un’utopia scientifica (Lancaster), cercano di dialogare, ma non fanno che amplificare a vicenda i propri turbamenti: sicchè ne vien fuori solo un cesso fatto a pezzi.

Ancora una volta, la gestione degli spazi è esemplare in questo senso, e non solo nella scena richiamata: il confronto finale avviene, a differenza di quello iniziale, in uno stanzone immenso, in cui, però, i due sono completamente soli; uno degli interventi curativi di Lancaster era consistito nel far camminare Freddie da una parete all’altra, ad occhi chiusi, riconoscendo il muro col tatto, ed immaginando di superare l’ostacolo con la mente, ma spesso producendo null’altro che la rabbia del paziente verso questi limiti invalicabili, espressa con pugni e calci. Entrambe, in qualche modo, sono prigionieri della terapia: l’uno da terapeuta, l’altro da terapizzato. Il distacco avviene in un mare di sabbia, in un’altra scena visionaria, in cui il gioco liberatorio di Lancaster è quello di far fissare in lontananza, nel deserto, un punto da raggiungere, e poi far partire Freddie con la moto per toccare quel punto e tornare indietro. Ma Freddie, da buon navigatore folle senza una vera meta, oltrepassa il punto e non torna: per cercare, piuttosto, l’abitazione dell’amata. Sconfessando, con questo, l'intervento di "rimozione" di Lancaster, troppo pieno delle sue teorie per venire incontro all'emotività ferita di Freddie,  richiamandolo piuttosto a non avere atteggiamenti bestiali, a non fare l'animale: il veterano dal veterinario.

Significativo, sempre dal punto di vista della resa scenica come traduzione per immagini di un’esistenza, l’aspetto sinistramente daeasy rider di Freddie nel suo allontanamento, e l’abbandono di Lancaster nel deserto, già simile ad uno stanzone nudo e risonante di vuoto. Chi aveva detto che nessun uomo è un'isola?

UOMINI CONTROCAMPO E DONNE DI SABBIA - Ma l’ammutinamento dalla nave dei folli da parte del marine si era consumato in un ficcante ed interminabile controcampo alla presentazione del libro di Lancaster: il guru comincia a declamare le sue teorie, il pubblico approva, la macchina da presa fissa uno sguardo in di Freddie che sa di I don’t buy it, "non mi hai convinto".

Eppure, come per un riflesso pavloviano, Freddie continua a picchiare i dissidenti, sfogandosi questa volta su di un editore insoddisfatto: ha bisogno di una meta, anche se ci crede a metà. Ma le mete sono fantasmatiche, e con cinica ironia la ragazza di Freddie si chiama Doris Day, come una stella irraggiungibile, mentre nel cinema, solitario dopo aver mollato tutto, dallo schermo – che nemmeno si vede – giungono dialoghi che consento di riconoscere il film proiettato: Casper the Friendly Ghost. Né masters, né ghostbusters: uomini soli ed ossessionati, per i quali la libertà è paura del naufragio, anche in un bicchiere di scotch. All'uno, il Master, non resta una cattedrale nel deserto, il centro di terapia in Inghilterra; all'altro, il marine, una donna di sabbia, che pure sa di deserto, a metà tra il sogno e l'incubo (il sandman, uomo di sabbia, è l'omino del sonno che porta i sogni ai bambini...). 


Magnifico il duetto di alienazioni parallele di Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix: non a caso Coppa Volpi per entrambe tra le acque della Laguna al Festival di Venezia 2012. Al regista, invece, il Leone d’Argento. Di fatto, con The Master, uscito in Blu-ray il 4 giugno, Paul Thomas Anderson è riuscito a raccontare una storia di approdi impossibili, latitudini senza terra, in cui la mente ha la forma, indefinita, dell’acqua, e lo spazio cinematografico è architettato per oscillare tra la prigione, il deserto, il viaggio, dando concreto spessore fisico all’interiorità alienata ed alienante dei suoi personaggi.

Titolo originale: Id.
Regia: Paul Thomas Anderson
Interpreti: Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern, Ambyr Childers, Jesse Plemons, Rami Malek, Madisen Beaty, Lena Endre, Kevin J. O'Connor
Origine: Usa, 2012
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 144'

Qui la recensione, di segno opposto, di Gisella Rotiroti

Antonio Maiorino
Critico d'arte e di cinema - follow on Twitter