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Omaggio a Fabrizio De André, domenica 28 al Comunale di Catanzaro. Intervista a Salvo Corea

Calabria > Catanzaro

CATANZARO 25 NOV. - Domenica 28 Novembre ore 18:30, al Teatro Comunale di Catanzaro , la Compagnia del Teatro di Mu, diretta da Salvatore Emilio Corea, renderà omaggio a Fabrizio De André con lo spettacolo "Quello che non ho (è quel che non mi manca)", in occasione dei quarant’anni del suo album “Fabrizio De André”, meglio conosciuto come L’indiano. Per conoscere ogni dettaglio abbiamo incontrato l’autore, Salvatore Emilio Corea:

-Salvo, dopo quasi due anni hai potuto mettere in scena di nuovo i tuoi spettacoli davanti al pubblico. Quali sono stati i sentimenti?

«Il primo sicuramente credo sia stato un sentimento positivo, rientrare in un teatro sebbene con sedie ancora indisponibili e una capienza ridotta è stata un’emozione strana, ma sicuramente vissuta come un sentimento positivo, come quello di chi torna a casa dopo tanto tempo e respira quell’aria che vuole ritrovare. Quindi i primi momenti non possono che essere stati piacevoli, anche perché a ricominciare a fare teatro con pubblico al chiuso in città siamo stati quest’anno fra i pionieri e l’incontro con degli spettatori stranamente imbavagliati, ma felice di essere lì è stato meraviglioso. Purtroppo però due anni di stop forzato in cui non hai potuto coccolare il tuo pubblico si fanno sentire e ti rendi conto che devi se non proprio ricominciare tutto da capo almeno ripartire da più indietro di dove fossi arrivato prima del marzo di due anni fa. E questa è una fatica da considerare anche dal punto di vista economico, non vivendo di finanziamenti pubblici e quindi senza avere quei paracadute che si possono consentire le grandi compagnie. Chi fa Teatro ha un dovere importante, che è quello di farlo esistere e tutelarlo in ogni sua forma dal dramma al cabaret, dalla commedia alla tragedia, alla stand up, al teatro canzone, al concerto. Chiunque porti pubblico a far vivere lo spettacolo dal vivo dovrebbe essere premiato e aiutato. Perché l’attore esiste se c’è lo spettatore, ma anche lo spettatore deve imparare a godere del momento sociale che lo spettacolo dal vivo comporta. In una sala di teatro i cuori battono all’unisono, i respiri si uniscono, anche con le mascherine, e l’empatie che si creano tra chi recita e gli astanti fanno la buona riuscita del momento comune. Riportare pubblico nelle sale non è semplice per tanti motivi, ma non credo sia il momento di parlarne. Diciamo che i sentimenti sono quelli un po’ di tutti: un miscuglio di gioia, rabbia e tanti dubbi.»

-Due opere, interpretate dai ragazzi del tuo laboratorio teatrale, che hanno riscosso alto gradimento dal pubblico e dalla critica. Cosa ha significato per te e come l’hanno vissuto i tuoi ragazzi?

«Due opere nuove, due filoni narrativi interessanti; è evidente che a noi piace raccontare “storie per chi le vuole ascoltare”. La prima “La Città delle Pietre” è stata costruita apposta sulle spalle dei miei ragazzi, o come mi piace chiamarli “le splendide perle di una splendida collana” ed è stata da loro magistralmente indossata; la seconda piece “La Libertà del Terrore” vagamente ispirata alla ben più famosa Fattoria degli Animali di orwelliana memoria è stata meravigliosamente interpretata dagli allievi della sede della Scuola di Teatro “Enzo Corea” di Pentone  coadiuvati nell’insegnamento e nella regia da Pasquale Rogato. Entrambi i gruppi, piacevolmente gioiosi di stare nuovamente sul palcoscenico credo non sappiano descrivere l’emozione attesa da due anni. Il Teatro è emozione, loro lo sanno e lo vivono con gioia e avidità. Gestire questa emozione, incanalarla in energia positiva è la difficoltà della recitazione. L’insegnante di Teatro deve capire come e fino a dove si deve e può spingere, perché ricordiamocelo tutti: su tutti coloro che fanno teatro c’è scritto fragile, con gli adolescenti giochi con bicchieri di cristallo di Boemia.»

-Anche tanti bambini negli spettacoli. Come si riesce a dare loro quella personalità che hanno dimostrato sul palco?

«Quando si hanno di fronte bambini come loro, che forse sono nani travestiti, non si può e non si deve nasconderli al grande pubblico. È un dovere morale e categorico regalarli ad una platea, non di genitori, non di parenti, ma di spettatori che da ognuno di essi può apprendere qualcosa. Ho da sempre prediletto la semplicità con cui i bambini riportano i fatti e le storie nei giochi di ruolo. Proprio perché bambini sono i più sinceri nel raccontare il quotidiano del proprio personaggio. È nella naturalezza che sta la chiave, nel loro sorriso, nel loro volersi bene. Aspettatevene delle belle nelle prossime puntate. »

-Come è nata l’idea di dedicare lo spettacolo di domenica prossima all’album “Fabrizio De André”, meglio conosciuto come L’indiano?

«Per caso, tra un lockdown e l’altro. Prima della prima chiusura insieme al Maestro Miniaci stavamo iniziando una collaborazione per uno spettacolo su Giorgio Gaber. Essendo una produzione imponente ovviamente con le chiusure è stata per il momento abbandonata. Questa estate, mentre lavoravamo su un progetto di un melologo su Monk ci siamo accorti che erano passati 40 anni dall’uscita dell’album di Sand Creek e Supramonte. È stata subito intesa, divertente e interessante.»

-Quali suggestioni in particolare ti hanno ispirato nella costruzione di quest’opera?

«Faber è un amico, un compagno, un maestro di vita, un ricordo di ragazzo liceale che cantava “Storia di un Impiegato” sulle scalinate di via Turco insieme ai suoi compagni di classe. Faber è la malinconia del tempo passato, dei primi amori, dei baci rubati o di quelli desiderati. Faber è l’interesse per un mondo diverso e non violento, è il perdono di chi ti è avverso, è un sentimento di libertà. Faber è ricerca musicale, linguistica, stimolazione intellettuale. Faber è Faber, credo non ci sia molto da aggiungere. Siamo anime salve che ci guardiamo di spalle mentre partiamo o che ci vediamo ridere in giornate furibonde. »

-Cosa ha rappresentato per te la musica di De Andrè?

«La musica in generale è maestra di vita. È presente ovunque in ogni nostro istante, forse ancora prima di essere o diventare. La musica ti raggiunge e ti precede, come dice Branduardi “Ovunque musica” o la Vanoni “la musica è già lì”. La musica è esperienza, sentimento, ispirazione. Personalmente mi viene difficile farne a meno. Per me è musa ispiratrice insieme a tutto ciò che ha fatto di me ciò che sono oggi e ciò che insegno a chi ha voglia di sentire ciò che ho da dire. Difficilmente scrivo senza un sottofondo musicale. Poi i testi sono per me molto importanti e le poesie che i cantautori mi hanno regalato hanno lasciato il segno dentro me. Ogni mio spettacolo potrebbe essere dedicato ad un qualcosa di musicale. Tanto per parlare di me “la Terra del Dove” a Gustav Mahler, “la Città delle Pietre” al Banco del Mutuo Soccorso, “La Libertà del Terrore” a Rino Gaetano e a De Andrè,  “When The Black Wind Blows” a Roger Waters e a Ivano Fossati, giusto per citarne alcuni.»

-Ne rimangono fuori tanti.

«No, non mi dilungo, ma credo di avere razziato da tutti: Guccini, De Gregori, Dalla, Bennato, Vecchioni,  Finardi… Tutto quello che la mia generazione ha potuto godere lo ho assimilato nel modo migliore. Ovviamente Gaber e De Andrè hanno avuto un ruolo da protagonisti. »

-Cosa ci puoi anticipare dello spettacolo?

«Intanto un cast di attori bravissimi che hanno voluto raccontare le storie dell’album così come Fabrizio De Andrè ci ha invitato a fare e poi grandi maestri di musica eccellenti: Valerio Gabriele alla batteria, Francesco Severini al basso e Francesco Miniaci alle tastiere e alla gestione degli arrangiamenti. Ritroviamo poi la splendida Maria Carmen Mendolia alla voce e Massimiliano Rogato alle chitarre che mi avevano già affiancato nei precedenti lavori musicali. Lo spettacolo è veramente interessante e ci sarà da divertirsi. Credo che piacerà e non solo per la qualità del cast a chi verrà a vederlo e anche alle nuove generazioni e a chi non ascolta De Andrè. Siamo dei raccontastorie. Fabrizio ne l’Indiano narra delle immagini cantate, noi le abbiamo fatte diventare storie recitate.»

-Ci sono solo i pezzi dell’Album nel vostro spettacolo di teatro canzone?

«Non posso dir nulla, dico solo che chi verrà avrà la gioia di sorprendersi.»

Saverio Fontana