Nicola Guaglianone al MGFF: bisogna avere voglia di trovare l’equazione dell’emozione. Intervista
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Nicola Guaglianone al MGFF: bisogna avere voglia di trovare l’equazione dell’emozione. Intervista

lunedì 1 agosto, 2022

Catanzaro, 1 Agosto - Nicola Guaglianone è uno sceneggiatore italiano di grande successo. Formatisi alla scuola di Leo Benvenuti, ha studiato a Los Angeles, e tornato in Italia ha collaborato con le maggiori case di produzione televisiva. Ha firmato la sceneggiatura di 11 film per il cinema, come autore unico o in collaborazione, per registi come Gabriele Mainetti, Carlo Verdone, Ficarra e Picone, solo per citarne alcuni. È in concorso al Magna Graecia Film Festival con il film Freaks Out, diretto da Mainetti.

Saverio Fontana lo ha intervistato per la nostra testata.

Benvenuto al Magna Graecia Film Festival. Quanto è importante una kermesse che privilegia le opere prime e seconde?

I festival sono molto importanti per vari motivi, soprattutto perché creano connessioni fra tutti quelli che vi partecipano. Io amo quando mi si avvicinano giovani e mi chiedono come approcciarsi a questo mestiere. Sono importanti anche perché fanno scoprire a talent, ad autori, nuovi territori e culture diverse. Gianvito Casadonte col Magna Graecia Film Festival riesce a portare il grande Cinema in questo territorio bellissimo. Il cinema unisce le persone, è questa  la cosa più poetica in assoluto.

 

 

Freaks out: com’è nata l’idea e perché la Sila è così importante nella sceneggiatura?

Dopo il successo di Lo chiamavano Jeeg Robot sentivamo la responsabilità della scelta di una nuova storia da raccontare.  Fra tanti soggetti che avevo scritto ce ne era uno molto piccolo in cui The guardian of the galaxy e Il mago di Oz si incrociavano con il cinema neorealista che io e Gabriele Mainetti abbiamo sempre amato. L’ho scelto perché io ho sempre lavorato con gli ultimi, con quelli che stanno ai margini, con le diversità. Mi è venuto naturale raccontare la storia di quattro figli che perdono il padre e nella ricerca del genitore diventano padri di loro stessi.

Per quanto riguarda la Sila la scelta è dovuta al fatto che io sono molto legato a questa terra perché mio padre è di San Sosti; devo ringraziare inoltre la Calabria Film Commission, allora guidata da Pino Citrigno, che ci ha permesso di girare una scena difficile, quella del treno, in un posto meraviglioso che è la Sila.

Come si riesce, da un contesto sociale ben definito, a riuscire a estrarre valori universali che possano essere oggetto di discussione, elementi in cui ci si riconosce, in luoghi anche molto lontani e diversi?

Questa è una domanda che io e Mainetti ci siamo sempre posti quando abbiamo fatto film insieme. Soprattutto quando trattiamo il genere. Per noi esso è soltanto un mezzo per raccontare altro, è un vestito che amiamo fare indossare a un tema etico, a un tema morale. Se ci pensi Lo chiamavano Jeeg Robot è un flm di supereroi ma in realtà è una storia d’amore. Così Freaks Out, è la storia di quattro diversi, ma poi in realtà diversi vuol dire essere unici.

Che metodo usa per passare dal soggetto alla sceneggiatura?

Diceva Suso Cecchi D’amico quando sei passato a scrivere i dialoghi hai finito. Io scrivo soggetti di massimo 10 pagine e poi inizio a scalettare. Lavoro sempre con una divisione in 3 atti in cui curo molto la costruzione delle scene. La scena per me è una prova che mette sotto pressione il personaggio e sfida il mio eroe a cambiare. Nelle mie storie c’è un eroe che intraprende un viaggio in cui non vuole cambiare. Lentamente, prova dopo prova, le scelte che fa lo portano a diventare l’opposto di ciò che era in partenza.

Quali luoghi e quali persone hanno influito alla formazione del suo stile narrativo affabulatorio?

Ho fatto tanta gavetta in televisione, tante serie TV scritte, in cui le mie idee hanno sempre funzionato. Uno dei miei maestri è stato Leo Benvenuti, se non fosse stato per lui non avrei fatto questo lavoro, ero destinato a diventare avvocato. Leo mi ha fatto capire  che il mondo interiore che avevo, che tutte le mie paure e le mie fragilità, erano il mio superpotere. Dico sempre ai miei studenti: non vi nascondete, siate sinceri; le vostre paure non sono una cosa da cui scappare, ma devono diventare il vostro superpotere perché è grazie a essi se potete scrivere personaggi unici. La scrittura è terapeutica perché tutta la nostra vita è un viaggio dell’eroe con un mondo ordinario e la paura di lasciare il sicuro per imbarcarsi per un mondo straordinario. Tutto ciò che non conosciamo ci spaventa: questo avviene nei personaggi come anche a noi nella vita.

Quali sono le sue fonti di ispirazione?

Quando la scrittura diventa un mestiere non puoi permetterti di scrivere solo quando hai l’ispirazione. Se c’è qualcosa che mi ispira sono il mettere in ordine i libri, e il farmi la doccia.

Consigli ai giovani che si accostano al mestiere di sceneggiatore?

Per me è importante lo studio. Studiare le regole della narratologia e della drammaturgia. Qualsiasi problema possa capitarti mentre scrivi, sicuramente è stato già affrontato e risolto da altri. Leggere quante più sceneggiature possibili. Se c’è un film che piace, scalettare e scrivere scena per scena. Oggi non è necessario avere molti soldi, grazie a internet si può trovare di tutto. Bisogna avere la voglia di imparare, di trovare l’equazione dell’emozione, di riuscire a craccare un racconto. Ce la si può fare solo con lo studio.

Saverio Fontana

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