Editoriale

La porcata che nessuno vuole cambiare

Secondo il Presidente della Repubblica la maggioranza attuale non è la stessa che era uscita dalle urne, ma la legge elettorale era stata concepita con l’obiettivo, fra gli altri, di evitare ribaltoni.

Fu lo stesso Calderoli, nella memorabile intervista con Mentana, a definirla “porcata”, ma nelle sue intenzioni doveva essere una specie di complimento a sé stesso: aveva costruito una legge elettorale ideata così male che bisognava rimetterci mano al più presto. Uno pensa che questo sia un fatto negativo, [MORE]che un paese dovrebbe avere una legge elettorale e quella tenere, non per sempre, ma per un periodo ragionevole di tempo. E invece, nel paese dove tutto è possibile, cambiare la legge elettorale ogni 2 legislature e farne una così disfunzionante da doverla modificare il prima possibile è cosa buona.
Si era detto di tutto sulla legge Calderoli. S’era detto che era stata concepita adeguandosi ai principali modelli europei, che avrebbe prodotto anni di stabilità e di governi forti, che costringeva la politica a relazionarsi con gli elettori e non solo con i partiti, che con essa non ci sarebbero mai più stati ribaltoni.
 

Naturalmente le previsioni sono state smentite una dopo l’altra fin da subito o quasi. Intanto nessun modello europeo prevede il premio di maggioranza per le elezioni del Parlamento nazionale; anzi, il premio di maggioranza è una redeunte fissazione tutta italiana, con due illustri precedenti: la legge Acerbo del 1923 e la legge “truffa” del 1953. In effetti, in questo novero, la legge Calderoli del 2005 si inserisce a pieno titolo e certo non sfigura.
Non ha prodotto nessun governo forte, anzi il governo Prodi, proprio grazie a questa legge, si vide amputata la maggioranza al Senato, e ora il governo Berlusconi è costretto a precettare i ministri quando alla Camera è in calendario una votazione dal risultato incerto su un tema chiave. Al contrario la legge precedente, complicata, cavillosa, difficilissima da applicare e tutto quel che si vuole, produsse le uniche due legislature della storia repubblicana che sono arrivate alla naturale fine del mandato.
Ovviamente non crea nessuna relazione tra elettori e partiti, visto che non è previsto il voto di preferenza e che le liste sono composte direttamente dalle segreterie dei partiti.
Ma, adesso, i richiami di Napolitano, sul fatto che l’attuale maggioranza e quella uscita dalle urne non sono nemmeno lontane parenti, rendono evidente che anche l’ultimo punto è stato tradito. Questa legge elettorale non impedisce alcun ribaltone. E pensare che proprio a questo fine erano state concepite tutta una serie di norme che difficilmente si riescono ad interpretare altrimenti nel contesto della nostra “Repubblica Parlamentare” in cui i cittadini sono chiamati a eleggere non mai il governo, bensì il Parlamento; parliamo di quelle regole sulla presentazione delle liste che devono necessariamente contenere il riferimento a una persona che sarà poi “suggerita” al Presidente della Repubblica come Presidente del Consiglio, sulla proposizione dei contrassegni che devono recare specifiche indicazioni e altre, che di fatto sanciscono per legge quello che era il modo di fare campagna elettorale di Berlusconi, con una sovraesposizione di sé stesso e un uso continuo, ripetuto e a tratti spregiudicato del suo nome.
Perfino la costruzione di liste bloccate era stata concepita in funzione conservativa. Si dirà che se le segreterie dei partiti nominano i loro deputati sceglieranno solo i più affidabili, che poter nominare oggi chi domani dovrà votarmi la fiducia (perché questo è il meccanismo, alla fine) mi da la più ampia garanzia che nessuno, un domani, sposterà il proprio voto.
 

E invece non è così: fra gli effetti perversi di questa legge elettorale c’è perfino quello di incentivare il cambiamento di posizione, perché non essendoci alcun legame con l’elettore, nessuno chiamerà mai lo Scilipoti di turno a rendere conto ai propri elettori dell’IDV del fatto che dalla mattina per la sera è divenuto la terza gamba di un governo di centro destra azzoppato dalla fuga dei finiani che, s’intende, non dovranno spiegare ai propri elettori che li avevano votati per sostenere un governo Berlusconi che da un giorno per l’altro si sono trovati all’opposizione.
 

Ma nonostante due elezioni con questo sistema e quasi sei anni di governi nessuno ha mai pensato di cambiarla. Per meglio dire: tanti l’hanno pensato e molti l’hanno detto, ma in concreto qualcosa è stato fatto? No, perché in realtà questa legge elettorale piace a tutti: la prospettiva di poter prestabilire chi si siederà in Parlamento è troppo allettante per i partiti che i cittadini percepiscono con sempre maggiore sfiducia. Immaginate la situazione di PD e PDL: in tutte e due le segreterie sanno che alle politiche nazionali viaggeranno attorno al 30%, ovvero sono già sicuri di circa 200 seggi ciascuno alla Camera. Vuol dire che possono già spartire i posti, e in questo modo assicurare alla “casta” la sopravvivenza eterna anche se i cittadini non vedrebbero l’ora di sbarazzarsene. Il “porcellum” bypassa il rischio di capitare in un collegio sfortunato o che candidati esterni alla politica tradizionale in qualche collegio facciano fuori i grandi vecchi. Siamo sicuri che davvero qualcuno voglia cambiare una legge elettorale così?

(Marco Biagioli)

(Fonte foto e video: rete)