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Intervista allo studioso lametino Francesco Polopoli a cura di Lina Latelli Nucifero

Calabria > Catanzaro

Pubblicato l’ultimo lavoro letterario dello studioso lametino Francesco Polopoli dal titolo “ Fa…volando. Fiabe lametine e lametizzate” ( Pubblisfera Edizioni)  scritto a quattro mani  con il fratello Smerando. Con naturalezza  ed umiltà  lo scrittore Francesco Polopoli ha conversato con la Stampa sul suo volume  spiegandone  la genesi, la collocazione storica ed ambientale, la  singolarità rintracciabile  nella sua ricostruzione  in  base alla ricognizione documentaria molto vicina ai testi originali andati perduti. Evidenziando un impegno veramente certosino, il coautore  ha inteso  restituirci un’opera più intatta possibile  senza divagare   in alterazioni contenutistiche  traducendola in  massima  espressione della   cultura popolare calabrese alla quale attinsero Boccaccio nel Decameron e Italo Calvino nelle Fiabe Italiane. Le dieci fiabe, comprese nel libro  e ambientate in Calabria negli anni anteriori al 1700,  pertanto,  riallacciandosi alla tradizione della storia locale,  si allineano  dignitosamente alle fantastiche storie narrate da Andersen o da  Perrault.

Francesco Polopoli, attualmente insegna Latino e Greco nel Liceo Classico “ F. Fiorentino” di Lamezia Terme ed è membro del Centro internazionale di Studi gioachimiti .  Cultore degli studi filologici anche in ambito internazionale, è divulgatore della vita e delle opere di Gioacchino da Fiore e della cultura classica.  Ha partecipato a convegni di italianistica in qualità di relatore sia in Europa (Budapest) che in Italia ( Cattolica di Milano). Prestigiosa la sua collaborazione  con enti autorevoli quali la  Deutsche Forschunsgemeinschaft, l’istituto storico italiano per il Medioevo, i Monumenti Germaniae Historica, l’istituto interdisciplinare di Studi sull’America Latina dell’Università di Tolosa, l’Università della Calabria, l’Accademia dei Lincei e la Berlin-Brandenburgische Akademie der Wissenchaffen.

Come nasce l’idea di scrivere  questo libro?

L’idea è quella di consegnare al territorio un patrimonio documentario tale da far evocare suggestioni per il riscatto della terra calabrese. Ogniqualvolta mi imbatto in miti, leggende e fiabesco non faccio che traslare quest’afflato ad una Calabria, che ha tutto il fascino di porgere delle bellezze.

Quali  le fonti alle quali si è ispirato?

Più di 20 anni fa recuperai il materiale nella Biblioteca lametina: a dire il vero, fu la felice collaborazione con Monsignor  Pietro Bonacci a darmi un input di ricerca documentaria. Pezzi di una settecentina furono da me trascritti a mano nelle sale di consultazione; poi, c’è stato l’aiuto di Francesco Gaspare La Scala, di cui tra l’altro ho curato la prefazione degli Scavi archeo-linguistici, da lui sollecitati all’edizione in memoria del fratello Benito. Fu proprio lui ad orientarmi su favole vernacolari, due per la precisione, che sono presenti nel mio volume (  A vurpi e llu lupu e A vurpi e lli ricotti ) interamente  in dialetto  calabresee vergate dalla sua mano.

Perché queste due fiabe sono scritte interamente in dialetto calabrese? 

Il vernacolo ha una sua particolare importanza in quanto fa rivivere la musicalità della nostra lingua anzi  se raccontate ai vostri bambini le nostre  favole in dialetto traccerete un solco fecondo nel quale attecchirà più tardi l’amore per le proprie radici e per la propria terra e nelle loro piccole orecchie rimarrà la musica della nostra parlata.

Convegni di italianistica, in

Le  favole sono  ambientate in Calabria e in Sicilia, in particolare quali sono quelle lametine?

“Betta e i pulcini d’oro” e  “Gelsomina, la fata di Nicastro”  sono due fiabe legate al Castello Normanno  di Nicastro ( Lamezia Terme). Le altre fiabe calabresi, non presenti nell’edizione di Calvino, le ho lametinizzate con espressioni tipiche del nostro vernacolo. Il mio scopo è stato quello di inserire la microarea lametina nella macroarea bruzia per farla respirare di parole e suggestioni.

 

In quale periodo si possono collocare le  fiabe?

Io credo che siano antecedenti al 1700, dal momento che la settecentina consultata andava a consolidare una tradizione nota. Allo stato attuale il manoscritto non è più presente e, se non fosse stata per la congiuntura di solidale amicizia intorno ai più bravi storiografi o linguisti d’allora, probabilmente non ne parleremmo oggi. Per quanto mi riguarda, ci tengo a precisarlo, pur operando una riscrittura dei testi, mi sono attenuto all’originale, senza alterazioni contenutistiche. Io ritengo che in fase di ricognizione documentaria l’opera prima sia quella di consegnare un’opera più intatta possibile. Successivamente, ben vengano le ripresentazioni libere con tutti gli adattamenti posteriori.

Vuole chiarire il concetto di riscrittura e dei testi andati perduti?

Per rendere più accattivanti le fiabe ho deciso di inserire modi ed espressioni dialettali del nostro idioma lametino, sia per dare un taglio verista al narrato che per incentivare la curiosità per le parlate locali, oggi sempre più in via d’estinzione. Circa i testi da me sintetizzati, attualmente non sono disponibili alla consultazione: a causa dei ripetuti trasferimenti della sede bibliotecaria non ho avuto più la possibilità di scartabellare quel bel volume cartonato su cui per lungo tempo la mia attenzione fu catturata da bellissimi racconti, che mi promisi di un giorno di editare.

Lei non è nuovo a queste  esperienze  relative al  genere  fiabesco.Vuole citarci  altre opere di questo ambito ? 

Da membro Cultura e istruzione della provincia bergamasca, unitamente ad un progetto che mi vide affiancato quindici anni fa all’assessore alla Cultura, Carla Ferrati, pubblicai “ C’era non c’era, tra fiabe ed antifiabe”, con l’obiettivo di fare delle fiabe un veicolo di alfabetizzazione per l’integrazione degli alunni stranieri. Ricordo, ad esempio, una versione di Cenerentola in più aree del mondo, per sottolineare come le storie abbattono muri e costruiscono ponti tra le varie nazionalità. Da “Ingrid e Gerlando”, fiaba lametina, di cui sono coautore insieme a Maurizio Carnevali e Francesca Prestia, fino a “Viola di mare”, scritto insieme a Michela Cimmino e Manuelita Iacopetta, il proposito ha lo stesso filo di Arianna: tirar fuor un sommerso narrativo tale da raccontare la nostra terra con il gusto dei libri di Andersen.

 

Quale il contributo dato a lei da  Francesco La Scala? 

Un fine studioso che insieme a Santo Sesto mi ha guidato allo scavo della parola per capirne il senso più intimo: la filologia e l’etimologia lavorano in sinergia per ricostruire le storie a partire dal lessico.

Da chi sono state curate   le illustrazioni ?

Francesco Longo, alias Prima Pagina. Ultimo è il lavoro di rievocazione storica di uno dei ministri della Chiesa più conosciuti della Diocesi lametina “U Luzzu u priaviti nuastru” per i tipi di Pubblisfera a cura di Francesco Polopoli. Attualmente vive a Trieste per proseguire gli studi in Biotecnologie mediche e farmaceutiche.

 

Qual è la morale che scaturisce dalle fiabe?  Quale l’insegnamento  agli uomini di oggi?

Il bene ed il buono sono fertili persino negli spazi d’ombra: per questa ragione sono un antidoto a quelle situazioni paludose per le quali le etichette diventano cosa facile se non presentazioni pregiudizievoli. Il Mezzogiorno è fiabesco, favoloso, leggendario: se cambio gli aggettivi, la finestra sul mondo non apre diversi scenari?

Lina Latelli Nucifero