Editoriale

Il crepuscolo degli dei

Berlusconi è costretto dalla sberla amministrativa a rivedere l’organigramma del partito. Il monarca assoluto è al tramonto, travolto dalla sua stessa corte.

TRIESTE, 4 Giugno – i commenti che abbiamo sentito in questi giorni sui risultati dei ballottaggi delle amministrative ci hanno raccontato una storia abbastanza banale e prevedibile: il centrosinistra, uscito straordinariamente vittorioso, acclama il risultato politico[MORE] e invoca le dimissioni del Governo e le elezioni anticipate; il centrodestra, azzoppato dopo le gravissime sconfitte, soprattutto nelle città simbolo di Milano, Napoli, Cagliari e Trieste, predica la stabilità di governo, si richiama alla maggioranza parlamentare e spiega che i risultati non hanno un significato politico ma solo amministrativo.
Abbastanza banali e prevedibili anche le analisi del Presidente del Consiglio Berlusconi sulla sconfitta. In fondo sono le stesse analisi che sentiamo da più di 15 anni e che addebitano le sue ricorrenti sconfitte al complotto della stampa comunista internazionale, alla Magistratura rossa, ai candidati poco autorevoli e agli alleati infedeli. Cioè a tutti ma non a lui.

Ma la novità di questa sconfitta, che non c’era stata nemmeno dopo lo tsunami politico delle Regionali del 2005, quando l’allora maggioranza della Casa della Libertà perse le elezioni per 14 a 2, è la nomina, per la prima volta dopo 17 anni, di un Segretario nel partito di Berlusconi.

Nella storia della politica della seconda repubblica ci sono pochi punti fermi; uno di essi è la struttura rigidamente “monarchica” delle formazioni politiche fondate da Berlusconi. Prima Forza Italia e poi il Popolo della Libertà non erano partiti in senso tradizionale, cosa del resto ammessa e vantata da sempre dallo stesso Berlusconi, non si basavano su uno statuto chiaro che definisse organi e competenze, non avevano proprio organi e tantomeno competenze. I partiti fondati e voluti da Berlusconi sono sempre stati una proiezione di Berlusconi, un suo comitato elettorale, una struttura con lo scopo di fare propaganda (o meglio, pubblicità) all’imperatore. Come ha detto ieri Ernesto Galli della Loggia (non un pericoloso bolscevico), gli uomini di Berlusconi sono sempre stati ammalati di obbedienza. Le uniche strutture che ne conoscevamo erano queste misteriose ed evanescenti figure dei “coordinatori”, non sapevamo che esistesse una direzione nazionale, non sapevamo che avessero un Presidente e un Segretario: per tutti noi avevano solo un “leader”, e l’unica forma di organizzazione che eravamo abituati a conoscere erano i congressi oceanici in cui parlavano per pochi minuti alcune comparse per poi lasciare posto a lui, che avrebbe arringato le folle per ore per esserne poi acclamato. Le decisioni importanti sono sempre state prese d’imperio da Berlusconi, al più consultando qualche consigliere, al più convocando i soggetti più in vista, al più organizzando dei mini vertici ad assetto variabile con le figure chiave del momento: Frattini e Cicchitto, Brunetta e Scajola, Previti e Vito, e i suoi onorevoli avvocati Pecorella, Ghedini e Longo.

Mai questa struttura è stata messa in discussione, mai nei partiti di Berlusconi c’è stata una figura capace di competere con lui, mai un soggetto che avesse un potere decisionale nel partito che non fosse il suo. Ebbene, questa struttura sta cambiando: la nomina di Alfano a segretario del PdL è un segno inequivocabile che il partito di Berlusconi sta subendo una metamorfosi radicale, resasi necessaria per la decadenza di consenso del suo leader carismatico e per la necessità, che si sente ormai sempre più esigente, di sostituirlo nella conduzione del centrodestra, per quanto le voci su ogni possibile successione vengano regolarmente smentite. Tutto ciò è rivelatore di quanto abbiamo sempre sostenuto, ovvero che in realtà le formazioni politiche che negli anni abbiamo identificato come centrodestra, seppur sotto bandiere diverse, non fossero altro che una claque di opportunisti riunitisi attorno a chi gli poteva garantire una carriera, senza idee, senza una visione politica, senza una linea chiara, senza prospettiva; pensiero a cui oggi sembra essersi convertito anche Galli della Loggia. Questo cambiamento nasconde il fatto che, affondato il capo in grado di tenere assieme l’enorme armata Brancaleone, il partito è in implosione, balcanizzato, travolto dalle correnti, ormai bolso.

Non è poco che Berlusconi ha scoperto il fenomeno delle correnti: sin dalla fusione di FI con AN si pose il problema perché, mentre Forza Italia non risentiva di divisioni interne e sembrava un monolito saldamente convinto dell’inamovibilità dell’autocrate, Alleanza Nazionale conosceva bene la questione della gestione di posizioni diverse in seno al partito; è infatti sono stati gli ex-An a portare in casa a B. il germe della disgregazione: Alemanno, La Russa, Matteoli, oltre al già fuoriuscito Fini con il suo (scarso) seguito di futuristi. Gli stessi che oggi ripropongono la questione, insieme a un timido Scajola (che però fa sentire la sua voce sempre di più), e cercano fondamentalmente un unico risultato: mettere in disparte Berlusconi e i suoi simboli più rappresentativi per aprire una nuova fase e non perdere i privilegi e le poltrone. Cambiare per non sparire: una guerra di sopravvivenza.

Di nuovo c’è che, per la prima volta, la balcanizzazione del PdL si è istituzionalizzata, per così dire, e ha intaccato il dominio assoluto del capo, imponendogli la nomina di un Segretario. Per ora è una figura più apparente che reale: i poteri di cui disporrà sono solo quelli che gli saranno delegati dal Presidente (Silvio stesso), e la scelta dell’evanescente Alfano fa intuire che sarà nulla più che uno dei tanti yes-man. Ma è una crepa, una crepa che comincerà a farsi strada nel muro e porterà nel partito la sensazione che il monarca non potrà più essere un autocrate, non sarà più il dictator legibus solutus, dovrà confrontarsi con un’altra figura, con un’altra possibile leadership.
Lo avevamo detto: questa sconfitta è l’inizio della fine. Il berlusconismo sta lentamente disfacendosi: la corte si è stancata dei giochi di potere del re e comincia a tramare per allontanarlo; perfino il fedele Ferrara invoca le primarie e predispone un regolamento apposito. Ormai sono restati solo i più fidati e adoranti araldi dell’informazione asservita: Emilio Fede, più compito e garbato, ed Alessandro Sallusti, il panzer da sfondamento di famiglia, dopo che perfino Belpietro ha ammesso gli errori del premier.

Ma bisogna stare attenti a un nobile decadente: non accetterà gratuitamente di essere allontanato, tenterà di ribellarsi, tenterò di riprendersi il trono, e pur di non perderlo potrebbe fare di tutto: ecco perché l’attenzione democratica sul Presidente del Consiglio deve essere massima proprio in questo momento, perché l’implosione del PdL non sia anche l’implosione della Repubblica. (foto: rete)
 

(Marco Biagioli)